“In tempi men leggiadri e più feroci, i ladri si appendevano alle croci.
In questi tempi men feroci e più leggiadri, le croci si appendono ai ladri.”

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mercoledì 18 novembre 2009

L’Ateo chi è? Sgarbi non docet.

a_sgarbi Tempo fa Monsieur Sgarbi sentenziò: ''l'ateo non è contro Dio, all'ateo non gliene sbatte le palle di Dio''. Ne consegue, prosegue il Dottore, che l'ateo non può volere la rimozione del crocifisso, altrimenti è un dogmatico, un prete-del-laicismo, un-ateo-fasullo.

Lo afferma partendo dall'etimologia della parola ateo, cioè senza-dio. Per il re dei salotti tv italiani, insomma, l'ateo sarebbe l'indifferente, il non curante. Uno che di problemi escatologici e teleologici non ne sa e non ne vuole sapere. Uno che di metafisica si disinteressa volontariamente.

E' evidente che il Nostro confonde l'ateismo con il menefreghismo, con l'ipocrisia di chi, credente incluso, se ne ''sbatte le palle di dio'' per poi magari convertirsi in articulo mortis. In questo, è chiaro, il giudizio di disvalore è fortissimo e intrinseco: solo pochi possono occuparsi di teosofia, gli altri si occupino di vivere la propria vita senza rompere i coglioni. La meditazione sui massimi sistemi è troppo grande per essere contenuta nelle menti di chi non crede al progetto intelligente, e ne combatte gli epigoni.

Da ateo, mi sento massimamente offeso. Non foss'altro perché la definizione è sbagliata, non conforme a quella che in Occidente è stata la storia del pensiero ateo. Da quando l'uomo ha imparato a ragionare in modo filosofico, infatti, vale a dire dai tempi della Grecia Classica, il problema dell'origine del mondo cioè la cosmogonia è sempre stato in primo piano. Il problema dell'esistenza di dio, della sua genesi cioè la teogonia, idem. La riflessione sui principi primi della vita era ed è filosofia. Anche i filosofi atei del novecento si misurarono con questa idea. Anche i ''porci del gregge di Epicuro'' cioè i gaudenti epicureisti si cimentarono nella critica della religione tradizionale. E ne combattevano le scelleratezze. L'ateismo filosofico non è disinteresse scettico. E' partecipazione attiva, è cultura militante. Da sempre.

Sgarbi, per finire, dimentica che la religione non è solo filosofia e critica testuale biblica. In Italia, la religione è politica, è un fatto sociale. Il crocefisso nelle scuole non è un mero simbolo di tradizione e di cultura, cioè di fede e basta. E' un simbolo politico. Alla stregua di falce e martello e croce celtica. Questo perché implica l'appartenenza a una gerarchia di valori codificati per millenni dalla ecclèsia di casa nostra, cioè dalla Chiesa cattolica apostolica romana. E scusa se io non ci sto, se molti moltissimi non ci stanno.

Il senza-dio, direi a Sgarbi, ha tutto il diritto di schierare a battaglia le proprie critiche alla religione tradizionale. E ha il dovere di intervenire quando questa, riparandosi dietro l'etichetta di storia culturale, s'impone per condizionare la vita di una collettività, pretendendo di rappresentarla. Detto questo, io a vivere tranquillamente la mia vita ci ritorno,certo. Ma non siamo noi atei a non dover rompere i coglioni, però.

Nephilìm


martedì 17 novembre 2009

La religione e il linguaggio peccaminoso

images"Ma va’ all’inferno, sporco sepolcro imbiancato!", "Pareva davvero  indemoniato"  "Oddio che inferno!", "Volesse il cielo!", "Oh Signore!".

Queste e altre espressioni fanno parte della nostra vita, del linguaggio che si usa ogni giorno.
Ma ci siamo mai chiesti come mai  un non credente usa questi modi di dire e espressioni?

Termini  quali  "peccato",  "addio", "inferno”,  "paradiso", "calvario", "demonio” con forza ormai vengono pronunciati in maniera indistinta sia da chi crede che da chi si professa ateo. Ma come mai?
Forse la religione è stata così forte da condizionare in questo modo il nostro linguaggio o ci sono altre motivazioni?

Spesso così ci si trova a citare metafore tratte dal vangelo o dalla bibbia, a riferirci a qualche presunta virtù di qualche santo o peggio ancora a nominare, in maniera più o meno dispregiativa, qualche divinità, per arrivare, infine, anche alla bestemmia.

E se provassimo a cambiare modo di parlare lasciando questi termini ai religiosi e ai credenti sarebbe davvero un “peccato”?


lunedì 16 novembre 2009

Cosa significa Dio?

Cosa significa il termine ‘’dio’’? Come nasce? Da dove deriva? Perché dio si chiama ‘’dio’’ e non in altro modo? E questo nome glielo hanno dato gli uomini spontaneamente, o è stato dio stesso a darsi un nome, a pretendere d’essere chiamato con quel nome?

Bisogna, a questo punto, distinguere due tradizioni: quella semitica (giudaica e araba) e quella indeuropea (greca e latina). A noi atei occidentali interessa soprattutto il nome della divinità di casa nostra, ma un’occhiata al nome semitico di dio non può guastare.

In ebraico, il termine indicante la divinità è ‘el; idem in arabo, dove il nome di ‘Allah non è altro che l’articolo al più ‘ilah (letteralmente, “il dio”). Nella tradizione semitica, però, è noto che la divinità usava darsi molti nomi, molti appellativi. Alcuni dei quali fondamentali. Tra questi, Yahwè (pronuncia italianizzata, yavè). In un passo dell’ Antico Testamento (Esodo 3, 14: il famigerato passo del roveto in fiamme che parla, per intenderci) Mosè domanda a dio il suo nome, e dio gli risponde:
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traslitterato: wayyòm'er 'elohìm 'el-moshèh (:) 'ehyèh 'ashèr 'ehyèh
Tradotto alla lettera, viene fuori: e dio disse a Mosè: io sono (ciò) che sono.
Che significa? Chi è questo ‘’io’’? L’ ''io'' sottinteso alla risposta è il nome di dio. Secondo la tradizione infatti, il vero nome di dio era stato comunicato solo a Mosè.
Il nome di dio in ebraico, è:
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Cioè, il famigerato tetragramma YHWH.
Ora, pare che questo misterioso nomignolo sia da connettersi al verbo ebraico ''essere, esistere'' :
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Traslitterato: hayà (=egli è, terza persona singolare del perfetto).
Il tetragramma YHWH, etimologicamente, si aggira dunque attorno a un significato di ''essere, esistere''. Ergo, la frase io sono che (ciò che) sono non sarebbe altro, in realtà, che la spiegazione del tetragramma YHWH. E' come se si dicesse: ''l'essente è colui che è'', o ancora, ''l'essere vivente è colui che vive''.

Più o meno quello che succederebbe facendo finta che io sia dio. Il mio nome è LUIGI, e Mosè lo sa; poi, di fronte al roveto ardente, alla domanda <<come ti chiami>>, io risponderò:
<<io sono colui che rifulge>>
e Mosè capisce. E capisce perché il nome LUIGI è connesso etimologicamente alla radice indoeuropea che sta per ''luce'' e ''rilucere'', e che ritroviamo in latino lux, lumen, luna etc. in greco e in molte lingue indoeuropee.
Il greco dimostra di aver interpretato allo stesso modo, traducendo:
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Alla lettera: egò eimì ho on =''io sono l'essente'' (ho on, participio presente del verbo essere)
[nel mio banale esempio, direi:’’ io sono il rifulgente’’]
Allo stesso modo l'aramaico siriaco:
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un calco letteralissimo dell'ebraico.
In ebraico, dunque, Yahwè non significa altro che ‘’colui che è, che vive’’.

E nelle lingue occidentali? Da dove viene il nome <<dio>>? Viene principalmente dal greco, dal nome del padre degli dei: Zeus. In alcune forme, il sostantivo Zeus si declina Diòs, Diì, Dìa. E’ palese una radice indoeuropea di-, che in latino dà deus (italiano ‘’dio’’). I latini, dalla stessa radice, avevano il sostantivo dies (=giorno, da cui, ad esempio,l’italiano ‘’diurno’’). Quindi Zèus è il cielo, colui che ‘’sta nei cieli’’.

Quindi l’espressione greca Zèus Pàter, diventa in latino Deus Pater e in italiano Dio Padre. Cioè dio-cielo, dio-giorno, dio-sole (dio-brillante-splendente).

Esattamente come i popoli primitivi, che veneravano il dio-sole, anche i religiosi evoluti del nostro secolo venerano, senza saperlo, l’astro infuocato. Quello stesso astro infuocato che il filosofo e primo scienziato Anassagora, cinque secoli prima di Cristo, si rifiutava di venerare come divinità. E’-semplice-metallo-infuocato, sosteneva. Accusato di empietà, fu cacciato da Atene e morì in esilio.


Nephilìm

venerdì 13 novembre 2009

Ipazia e la nuova censura cattolica

images1 Ipazia fu una filosofa e scienziata pagana giustiziata dai cristiani e nei secoli è divenuta il simbolo delle vittime del dogmatismo e del fanatismo religioso.

In Italia, Agorà, il film che ne ripercorre la storia, non uscirà. Nessuna società si è resa disponibile a effettuarne il doppiaggio. E i sospetti si fanno legittimi, sono legittimi. C'è chi grida alla censura, chi parla di boicottaggio. Da parte del Vaticano, ovviamente. Per tramite del governo italiano.

Le polemiche che la pellicola ha suscitato in altri paesi, per esempio in Francia, sono molte. Ed è giusto così, in democrazia. Si propongono tesi, si dibatte, si confuta. In Italia no. Se ne parla poco, si conosce poco o male o affatto.

Ma c'è chi nega tutto: non-c'è-nessuna-censura-il-film-uscirà-eccome. Forse è vero, forse gli italiani lo vedranno nelle sale italiane. Forse no. Tuttavia, già il fatto che sia passato tutto questo tempo preoccupa. Come preoccupa che in merito abbiano dovuto pronunciarsi intellettuali e musicisti, che abbiamo avuto bisogno di stendere una petizione con più di seimila firme, che a denti serrati stiamo cercando di farci pubblicità negli unici spazi concessici: internet, facebook; la carta stampata, qualche volta; la radio anche. Nel nostro piccolo, abbiamo realizzato uno spazio su Ateamente, nella Home. I media nazionali, inutile dirlo, silenzio da monastero.

Che nella patria del cristianesimo occidentale un film energicamente anti-cristiano possa dar noia è quasi scontato . Ma che in una repubblica democratica o presunta democratica si faccia fatica a far passare un film che parla di concordia, di rispetto nella diversità, di razionalità quale supremo valore sociale, è grave, molto grave. Senza dubbio, una spia dello stato della libertà di pensiero nel Bel Paese.

Nephilìm

"Sono i giovani i crocifissi da difendere"

don luigi ciotti

I crocifissi da difendere, quelli veri, non sono quelli appesi ai muri delle scuole. Sono altri. Sono uomini e donne che fanno fatica. Che non ce la fanno e muoiono di stenti. E' verso di loro che non possiamo e non dobbiamo restare indifferenti. E' verso di loro che dobbiamo concentrare i nostri sforzi.
«Un crocifisso è un malato di Aids, che ha bisogno di cure e di sostegno. Un crocifisso è quel ragazzo brasiliano che è morto qualche giorno fa a Torino. A casa aveva lasciato la moglie e i figli, era arrivato qui alla ricerca di un lavoro, e non ce l'ha fatta».
Abbiamo partecipato al suo funerale. C'erano tante persone, molte nemmeno lo conoscevano, ma erano lì ugualmente, a condividerne la sofferenza e il dolore.
«E' giusto lottare per difendere i simboli di quello in cui crediamo, ma allo stesso tempo bisognare stare molto attenti a non cedere al puro idealismo. Lo dice il Vangelo stesso: i pezzetti di Dio sono sparsi nel mondo che ci circonda. Li troviamo ovunque. Nel concreto, nella vita di tutti i giorni, tra le persone che vivono accanto a noi, e di cui spesso nemmeno ci accorgiamo dell’esistenza. E' con queste realtà che dobbiamo imparare ad avere a che fare e a misurarci.
«Bisogna imparare a vivere con corresponsabilità, come i tanti e tanti volontari che dedicano il proprio tempo a un bene che non è esclusivamente loro, ma pubblico, di tutti quanti. Dobbiamo sentirci tutti chiamati in causa, nei grandi nuclei urbani come nei tanti piccoli paesi di provincia. La partecipazione è il primo passo in favore dei più deboli.
«I crocifissi non si difendono soltanto con le parole. Infatti queste troppe volte non bastano. Bisogna imparare ad affrontare la realtà con concretezza, e tendere la mano alle persone sole, a chi non ha più una famiglia e a chi non può ricorrere all'aiuto dei propri cari».

http://www3.lastampa.it/torino/sezioni/politica/articolo/lstp/87271/


giovedì 12 novembre 2009

Eluana non si sarebbe mai svegliata

di Tommaso Cerno

La giovane aveva subito 'un danno irreversibile'. I risultati della perizia encefalica sgombrano ogni dubbio. E chiudono la porta alle polemiche

images Eluana non poteva risvegliarsi. No, sarebbe rimasta per sempre prigioniera nelle tenebre del suo stato vegetativo persistente. La miracolosa ripresa che in molti hanno teorizzato, alla tv e sui giornali, non era possibile. Almeno non per la scienza. Ora si sa. Già quella notte del gennaio 1992, quando sbandò con l'auto sul ghiaccio tornando da una festa fra amici, Eluana subì un "danno irreversibile". Non sono più gli avvocati della famiglia Englaro ad affermarlo. E non sono i medici che l'hanno presa in cura per 17 anni a mostrare diagnosi tutte concordi nel confermare che non ci fossero speranze. Stavolta a dircelo è proprio lei, Eluana Englaro. Con l'unico, tragico messaggio che il suo cervello di ragazza, diventata donna senza saperlo, ha potuto trasmetterci dopo lo schianto. Parla attraverso gli esami encefalici, l'ulteriore indagine disposta a maggio dalla Procura di Udine per sgombrare ogni dubbio sulla morte del 9 febbraio alla clinica La Quiete. Dopo cinque mesi la perizia è pronta.

Mette d'accordo tutti: i neurologi incaricati Fabrizio Tagliavini, primario al Carlo Besta di Milano, e Raffaele De Caro, docente all'Università di Padova; i periti di parte, Stefano Pizzolitto e Felice Giangaspero; così come gli esperti della Procura friulana guidati da Carlo Moreschi.

La relazione finale sarà consegnata in questi giorni al procuratore capo Antonio Biancardi. Ma l'ultimo incontro a Padova ha scandagliato tutto: lesioni, atrofie, danni al talamo, al corpo calloso, ai due emisferi. Una miriade di paroloni medico-legali che confermano una semplice e drammatica verità: "I danni neuropatologici osservati sono morfologicamente irreversibili", rivela a 'L'espresso' chi quegli esami li ha condotti e studiati. Vuol dire che quel cervello non poteva guarire. E che Eluana non poteva riemergere dal suo stato vegetale, smentendo così scienziati, giuristi, sacerdoti e onorevoli che giuravano il contrario. Il premier Berlusconi in testa.


È l'ultimo tassello di una storia che ha spaccato l'Italia, infiammato lo scontro fra governo e Quirinale, riaperto la ferita fra laici e cattolici. Un documento che va a sommarsi alle migliaia di altre pagine, già nelle mani dei magistrati. Perizie, diagnosi, cartelle cliniche, richieste di ricovero, verbali del Nas e dell'Asl, che dicono tutti la stessa cosa: Eluana era lì, ma non c'era davvero. Non rispondeva al dolore, non percepiva le presenze attorno. Non aveva caldo, né freddo. Mancava solo una cosa. Rispondere alla domanda più importante: c'era o no una luce in fondo a quel tunnel?

È su questo aspetto che lo scontro è stato più duro. Le accuse piovute su Amato De Monte, l'anestesista che staccò il sondino, furono pesantissime. L'hanno apostrofato come "boia", accusato di "uccidere una persona cosciente, che poteva riaprire gli occhi da un momento all'altro". Quando Beppino andò per l'ultima volta da sua figlia in Friuli, si trovò di fronte uno striscione gigantesco: "Assassino!". Tutto mentre una tenda bianca impediva ai fotografi di profanare la stanza di Eluana. Il neurologo Gianluigi Gigli parlò di "persona dal corpo resistente, che non ha mai avuto bisogno di farmaci particolari". Senza mai averla visitata. E quando le prescrizioni ne elencano a bizzeffe, somministrati per anni: Dintoina, Pantopan, Supradyn, Adalat, Ciproxin, Norvasc. Giuliano Dolce, anche lui medico, vide Eluana a Lecco e spiegò che "alcune funzioni restavano, in particolare la deglutizione". Un'eventualità negata dalle stesse suore misericordine che l'accudirono dal 1994. Berlusconi si spinse a ipotizzare che potesse "generare un figlio, in uno stato vegetativo che potrebbe variare, come diverse volte si è visto". Il ministro Angelino Alfano dichiarò che era "morta per sentenza", perché quella donna in fondo stava bene.

Nulla di tutto questo trova più conferme. Né nel diario clinico degli ultimi giorni trascorsi a Udine o nell'autopsia di febbraio, e neppure adesso negli esami dell'encefalo. Benché non possano trattare le funzioni vitali di Eluana, essendo eseguiti dopo la morte, studiano l'entità dei danni morfologici. E da quelle analisi giunge una seconda, importante conferma. La situazione del cervello era "coerente con lo stato vegetativo persistente". Fin dal primo giorno, dal ricovero in terapia intensiva il 18 gennaio 1992, con la diagnosi di "coma e paraplegia in trauma cranico midollare". Così è stato sempre, anche quando aveva ripreso a respirare senza le macchine. Durante gli anni trascorsi all'istituto Beato Luigi Talamoni, e dopo l'arrivo a Udine, lo scorso 3 febbraio, nella stanza isolata e protetta che avrebbe ospitato il suo ultimo viaggio. Come dicono le carte, era un corpo vuoto. Una prigione, appunto, come ha ripetuto papà Beppino, convinto che sua figlia non avrebbe mai accettato quelle terapie, e pronto a rispettare la promessa che le aveva fatto quando uno dei più cari amici di Eluana finì in un letto di ospedale, con un sondino nello stomaco, immobile come un vegetale: "Papà, promettimi che se capitasse a me, tu mi libererai".

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/eluana-la-verita/2114663&ref=hpsp


Crocefisso: A Offagna multa da 500 euro per chi lo toglie

Ancona, 12 nov. (Apcom)

crocifisso A Offagna, piccolo comune della provincia di Ancona, rischia di incorrere da oggi in una multa di 500 euro chi viene sorpreso a togliere da scuole ed edifici pubblici il crocifisso. In pratica, chi toglie da una parete pubblica un crocifisso dovrà pagare la stessa cifra di chi in alcune città italiane viene sorpreso a contrattare una prestazione sessuale con prostitute e trans per strada. La decisione è stata presa dal consiglio comunale all'unanimità. Alcuni giorni fa la stessa decisione era stata presa dal sindaco di Ostra Vetere, Massimo Bello, con questa motivazione: "Non intendo affatto rimuovere il crocifisso dalle aule scolastiche - dice Bello -. Non credo proprio che un crocifisso in classe possa offendere i sentimenti di qualcuno o violare la libertà di chicchessia". L'ordinanza non dispone soltanto che "il crocifisso venga conservato a tutti i costi", ma indica la volontà di immettere il simbolo religioso anche "in quegli ambienti pubblici che ne sono sprovvisti".

http://www.ecodibergamo.it/stories/apcom/101054_crocifisso_a_offagna_multa_da_500_euro_per_chi_lo_toglie/


Lettera a un cattolico

La20lettera L’isteria che spopola per la faccenda del crocefisso è oltremodo scomposta e riluttante. Per l’ennesima volta il governo italiano dimostra la sua intrinseca incapacità ad accettare le sentenze, ma a questo i tali sedicenti onorevoli ci hanno largamente abituati.

Mi rivolgo ai cattolici, a quelle stesse persone che oggi si stracciano le vesti, si tirano i capelli scarmigliati. A loro vorrei rivolgere questa mia riflessione, che scaturisce dal disgusto più naturale dinanzi a queste sconnesse reazioni, degne di chi vive nell’autismo più assoluto, discosto dalla realtà che lo circonda.

Vergognatevi cattolici bigotti che umiliate la dignità umana con i vostri anatemi medievali e violenti, che inneggiate alla morte degli atei, dei non credenti, degli agnostici e di chi vorrebbe un’Italia laica. Vergogna!

Voi bestemmiate Gesù con la vostra vita, con le vostre parole e con le vostre azioni quotidiane.

I vostri ministri che offendono la Repubblica e la Costituzione dovrebbero rassegnare le dimissioni e ritirarsi dalla vita politica, poiché non sono degni di ricoprire cariche istituzionali pronunciando le parole “Possono morire!” e simili. Ci ricordano gli integralisti islamici verso cui tanto vi accanite, usano parole veementi degne del più luciferino crociato verso chi non ritiene corretta l’esposizione e l’imposizione del crocefisso.

Cattolici miserandi, siete zelanti nel difendere il crocefisso, lo svilite a mero simbolo, ad arredo obbligatorio. Lo rispettano più gli atei che voi con le vostre battaglie isteriche, scomposte e violente.

Vi battete tanto per dirvi cristiani, per imporre i vostri simboli e le vostre idee e dimenticate le parole di Aldo Moro, che sosteneva che bisogna testimoniare con la vita la propria fede e non mediante le leggi, anche perché sarebbe fin troppo semplice, cari integralisti.

Vi strappate le vesti e gridate allo scandalo, ma poi andate a trans e mignotte, cornificate le vostre mogli e i vostri mariti, andate indistintamente con uomini e donne, conducete vite nascoste e parallele, picchiate i vostri figli, rubate, ammazzate le persone e se non lo fate fisicamente lo fate con la vostra lingua biforcuta. Discriminate l’immigrato, ingannate gli italiani beoti dicendo che non esiste la crisi economica, discriminate l’omosessuale in nome del vostro dio crudele fatto a vostra immagine e somiglianza.

Non scomunicate i mafiosi, benedite i politici divorziati che si scagliano contro il divorzio e le unioni civili. Strumentalizzate il crocefisso per mere campagne politiche, ma gli occhi ciechi degli italiani non vedono.

Se i sepolcri imbiancati del vangelo di Matteo erano sporchi dentro e puliti fuori, voi siete sudici dentro e pure fuori.

Se voi credeste veramente in Gesù e non per vile abitudine o per meschino retaggio culturale, non avreste bisogno di vedere un crocefisso appeso al muro per avere un’identità.

Se vi ispiraste ai valori del vangelo, voi, pervertitori del significato delle parole e della dignità umana, vi vergognereste di voi stessi e delle sozzure della vostra ipocrita condotta.


mercoledì 11 novembre 2009

No al Crocifisso, Margherita Hack: Principio laico già nella Costituzione

di Margherita Hack

imagesa Oggi l’Europa, e l’Italia in particolare, è diventata multietnica e multireligiosa e perciò è giusto che nei luoghi pubblici non vi sia alcun simbolo religioso. Questo principio, che sembra ovvio, è già riconosciuto implicitamente dalla nostra Costituzione, con l’art.7 che recita: “Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani...” e l’art.8 che recita: ”Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge...”

Quindi tutti i seguaci di un culto, qualunque esso sia, hanno diritto a

professare, propagandare e insegnare la propria religione, esporre i propri simboli nei loro luoghi di culto, rispettando la laicità dello Stato, che rappresenta tutti i cittadini.

Le reazioni isteriche di chi interpreta questa sentenza della Corte europea come un’offesa a Cristo sono assurde. Cristo resta comunque uno dei più grandi personaggi dell’umanità, il primo socialista idealista difensore dei più poveri e diseredati, i cui insegnamenti restano validi, dopo venti secoli, per credenti e non credenti: “E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco vada in paradiso “ e “Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”.

http://temi.repubblica.it/micromega-online/no-al-crocifisso-margherita-hack-principio-laico-gia-nella-costituzione/


Rodotà: “Abbiamo bisogno di laicità!”

libro05-2009 Oggi vogliamo consigliarvi un libro interessantissimo, scritto qualche mese fa dal brillante Stefano Rodotà: “Perché laico”", ed. Laterza.
Nel suo libro, Rodotà espone con un linguaggio molto semplice le ragioni per cui è sentito il bisogno di laicità nel nostro Paese, senza tirare in ballo odio, fanatismo e roba simile.
Il tema della laicità viene trattato come punto fondante della nostra costituzione e come obiettivo per una società migliore e veramente democratica.

In un periodo come quello che stiamo vivendo, soffocati dall’ingerenza vaticana e della Cei, attorniati da fondamentalismi non tanto difformi da quelli che attanagliano l’Afghanistan, questo libro è quanto mai illuminante.

«Abbiamo bisogno di chiarezza, di rifiuti, di travestimenti, di chiamar le cose con il loro nome. Per questo non è tempo di laicità flebile, timida, devota. È tempo, pieno e difficile, di laicità senza aggettivi o, se vogliamo comunque definirla, semplicemente democratica.»

«Questo libro non è una professione di fede. È una riflessione sulla laicità non come polo oppositivo, che più d’uno vorrebbe rimuovere, ma come componente essenziale del discorso pubblico in democrazia. È dunque guidato da un profondo convincimento democratico, non dall’idea di spaccare il mondo in due, tra credenti e non credenti. Vuole tenere ferma la bussola dei principi, misurandosi però in ogni momento con i fatti.»

Di seguito due video. Il primo link è l’intervista rilasciata da Stefano Rodotà ad Augias.

AteaMente

http://www.rai.tv/mpplaymedia/0,,RaiTre-Lestorie%5E17%5E182909,00.html


martedì 10 novembre 2009

Giovanardi, ora le dimissioni

images Dopo aver sentito le aberranti parole del sottosegretario Giovanardi su Stefano Cucchi, le frasi vergognose e false (basti pensare “era siero positivo!”, Cucchi non lo era) spingono tutti a una riflessione attenta e profonda. Non credo bisogna aggiungerne di altre, questo signore si qualifica da solo. Serve una sola parola:

DIMISSIONI!

La droga non fa venire i lividi e non spezza le vertebre. Coprire le forze dell’ordine in questo modo è vergognoso. In Italia ultimamente avvengono fin troppi incidenti e un popolo che si definisce civile non può tacere di fronte a queste barbarie gratuite. Le persone che hanno massacrato e ammazzato Cucchi screditano tutte le forze dell'ordine e specialmente quegli agenti onesti, che ogni giorno sono per strada e guadagnano una miseria.

Non abbiamo bisogno di politici simili, tornino alle loro case e non ingombrino più le sale parlamentari e, soprattutto, non offendano le persone che lo stato uccide.

GRUPPO PER CHIEDERE LE DIMISSIONI DI CARLO GIOVANARDI

AteaMente


Lettera a Ruini

trav Travaglio legge lettera a Ruini si interroga sull'ingerenza della chiesa.

E’ di qualche anno fa, ma sempre attuale. Sostituite Ruini con Bagnasco: è uguale!



AteaMente