Tempo fa Monsieur Sgarbi sentenziò: ''l'ateo non è contro Dio, all'ateo non gliene sbatte le palle di Dio''. Ne consegue, prosegue il Dottore, che l'ateo non può volere la rimozione del crocifisso, altrimenti è un dogmatico, un prete-del-laicismo, un-ateo-fasullo.
Lo afferma partendo dall'etimologia della parola ateo, cioè senza-dio. Per il re dei salotti tv italiani, insomma, l'ateo sarebbe l'indifferente, il non curante. Uno che di problemi escatologici e teleologici non ne sa e non ne vuole sapere. Uno che di metafisica si disinteressa volontariamente.
E' evidente che il Nostro confonde l'ateismo con il menefreghismo, con l'ipocrisia di chi, credente incluso, se ne ''sbatte le palle di dio'' per poi magari convertirsi in articulo mortis. In questo, è chiaro, il giudizio di disvalore è fortissimo e intrinseco: solo pochi possono occuparsi di teosofia, gli altri si occupino di vivere la propria vita senza rompere i coglioni. La meditazione sui massimi sistemi è troppo grande per essere contenuta nelle menti di chi non crede al progetto intelligente, e ne combatte gli epigoni.
Da ateo, mi sento massimamente offeso. Non foss'altro perché la definizione è sbagliata, non conforme a quella che in Occidente è stata la storia del pensiero ateo. Da quando l'uomo ha imparato a ragionare in modo filosofico, infatti, vale a dire dai tempi della Grecia Classica, il problema dell'origine del mondo cioè la cosmogonia è sempre stato in primo piano. Il problema dell'esistenza di dio, della sua genesi cioè la teogonia, idem. La riflessione sui principi primi della vita era ed è filosofia. Anche i filosofi atei del novecento si misurarono con questa idea. Anche i ''porci del gregge di Epicuro'' cioè i gaudenti epicureisti si cimentarono nella critica della religione tradizionale. E ne combattevano le scelleratezze. L'ateismo filosofico non è disinteresse scettico. E' partecipazione attiva, è cultura militante. Da sempre.
Sgarbi, per finire, dimentica che la religione non è solo filosofia e critica testuale biblica. In Italia, la religione è politica, è un fatto sociale. Il crocefisso nelle scuole non è un mero simbolo di tradizione e di cultura, cioè di fede e basta. E' un simbolo politico. Alla stregua di falce e martello e croce celtica. Questo perché implica l'appartenenza a una gerarchia di valori codificati per millenni dalla ecclèsia di casa nostra, cioè dalla Chiesa cattolica apostolica romana. E scusa se io non ci sto, se molti moltissimi non ci stanno.
Il senza-dio, direi a Sgarbi, ha tutto il diritto di schierare a battaglia le proprie critiche alla religione tradizionale. E ha il dovere di intervenire quando questa, riparandosi dietro l'etichetta di storia culturale, s'impone per condizionare la vita di una collettività, pretendendo di rappresentarla. Detto questo, io a vivere tranquillamente la mia vita ci ritorno,certo. Ma non siamo noi atei a non dover rompere i coglioni, però.
Nephilìm






I crocifissi da difendere, quelli veri, non sono quelli appesi ai muri delle scuole. Sono altri. Sono uomini e donne che fanno fatica. Che non ce la fanno e muoiono di stenti. E' verso di loro che non possiamo e non dobbiamo restare indifferenti. E' verso di loro che dobbiamo concentrare i nostri sforzi. 


